Primavera Sound e Barcellona: qualcosa tipo un report

(In attesa di poter recuperare anche foto e video del Primavera, vi lascio con questo post straordinariamente lungo, ma veramente, veramente lungo)

Essere arrivati a Barcellona il giorno della finale di Champions League – quella che si è disputata a Roma e che il Barcellona ha vinto – aveva generato dubbi e preoccupazioni. L’ostello si trovava in Rambla de Catalunya, a due passi dal centro nevralgico del casino, cioè della piazza dove era stato installato il maxischermo per la visione collettiva, e già dalle 18 c’erano un po’ di persone che si erano piazzate lì con frigorifero per tenere in freddo le birre, che la sera era calda e lunga. Il clima di festa fin dal pomeriggio dava l’idea della possibile bolgia – amplificata per mille – che ci sarebbe stata la notte in caso di vittoria del Barca.  I racconti di chi aveva già vissuto i bagordi barcellonesi legati al calcio avevano acuito le nostre perplessità (chiamiamole così). E infatti lo scenario a notte fonda raccontava di scooter rovesciati a terra e di piante sradicate, di tifosi ubriachi, felici e molesti in giro fino a tardi, per tacere del resto. È da un po’ che non amo più il calcio e non mi piace praticamente nulla di quel mondo. L’idea di trovarmi lì in mezzo all’inizio mi infastidiva e preoccupava. Però in fondo non è stato male girare in città durante la partita, quando tutti erano rintanati dentro i locali con il naso rivolto verso lo schermo. Quando il Barcellona ha segnato il primo goal eravamo per strada in cerca di un posto dove mangiare – in alcuni locali proponevano “menù partita” abbastanza sospetti e costosi – e abbiamo visto la gente correre e spuntare da ogni parte, gridare, suonare trombette, invocare il nome di Eto’ (che penso abbia segnato il primo goal)… In definitiva non era possibile rimanere indifferenti a quello spettacolo. C’era una città interamente concentrata su quello, chiassosa e colorata. C’era una bella atmosfera, densa di elettricità, carica di una tensione che – depurata di degenerazioni e aspetti negativi – alla fine mi sono goduto pure io.

Per la serata in generale c’erano stati segnali benaugurali già di pomeriggio. Quando siamo arrivati a Barcellona – il motivo, ricordiamolo, era partecipare al Primavera Sound, di questo si parla – abbiamo incontrato altri ragazzi sardi. Uno di questi ci ha raccontato di un tizio che gira in bicicletta per le Ramblas completamente nudo. Con abbronzatura integrale. Questo tizio è stato fermato diverse volte, messo in prigione, multato, ma lui continua a girare nudo sbattendosene del tutto. Nulla lo ferma. Deve girare in bicicletta nudo, va a capire perché. Dice chi lo ha visto che sia molto dotato e che non abbia, come si suol dire, niente da nascondere. Il segnale benaugurale è stato proprio questo: non appena siamo arrivati nelle ramblas ci siamo girati e una delle prime cose che abbiamo visto sono state le chiappe versione nature del tipo che girava ignudo nella sua bicicletta. Lo abbiamo visto solo da dietro. Ma inutile dire che è stato un gran bel momento.

La sera c’erano alcuni concerti legati al Primavera Sound. Intelligence da una parte, Zu e Dalek da un’altra. Abbiamo optato per Zu e Dalek. Si pensava che la finale di Champions avrebbe dirottato tutto il potenziale pubblico dell’Apolo per strada a festeggiare. Dimentico sempre che al mondo non ci sono solo calciomani invasati, ma anche persone che vanno a sentirsi un concerto degli Zu, piuttosto. Bene. Non avevo ancora sentito gli Zu dal vivo e ora ho capito perché sono considerati forse la più grande live band italiana. Prima di loro hanno suonato i Dalek, un notevolissimo duo avant-hip hop con suoni molto pesanti, tra industrial, noise ed elettronica. Alla fine ho fatto pure una foto col tipo dei Dalek, quello che si occupa dei suoni. Quello più cattivo, con testa rasata e canotta bianca a nascondere un corpo tatuato e abbastanza grassoccio. Quello che accompagnava le scariche dei suoni con movimenti ondeggianti del corpo e con la bocca aperta, a voler dare l’impressione che il suono uscisse fuori da lui, dalla sua bocca. Curiosamente dopo la fine del concerto degli Zu – con featuring dei Dalek, che con i romani hanno condiviso uno split e che pubblicano per la stessa etichetta – è iniziato un dj set reggae che ha prodotto un leggero sfasamento musicale. Siamo usciti fuori e la serata è proseguita altrove. E poi appuntamento per il giorno dopo per andare al primo giorno di Primavera Sound al Parc del Forum.

Iniziamo dalle band che non ho sentito e che avrei anche sentito. Andrew Bird. Bowerbirds. Jay Reatard. Wooden Shjips. The Tallest Man on Heart. Girls. Phoenix. Dannate sovrapposizioni. Ma meglio parlare di quello che ho sentito. Allora. Gli Women. Preceduti dall’hype della nuova ondata lo-fi statunitense, da pezzi fighissimi come Black Rise ma da un album forse un po’ inconcludente, ero curioso di vederli all’opera per capirne la reale consistenza. Ok, ho detto, sono qui, ora fatemi vedere di cosa siete davvero capaci. Detto tra noi, i ragazzi sono molto capaci. Il live era equamente diviso tra pezzi pop e sortite più sferraglianti. Un mix che potremmo chiamare math-pop, o math dei poveri, o math per studenti delle elementari (questa mi sa che l’ho rubata a uno che era con me e che non ha apprezzato). Ottimo piglio strumentale, arzigogolamenti vari però tutti incanalati all’interno di pezzi abbastanza definiti. Non male. Sul serio. L’hype ci può stare.

Dopo gli Women c’è stata la fila più lunga e alienante della storia. Per acquistare da bere occorreva recarsi a delle macchinette. Bisognava mettere i soldi, digitare le bevande e in cambio si riceveva il bigliettino per ottenere la consumazione. Solo che le macchinette si inceppavano di continuo. Alcune erano spente. Altre non accettavano i soldi. Davano solo resto in banconote e io che avevo un biglietto da 100 correvo il rischio di trovarmi con una tasca con un rigonfiamento imbarazzante. Dentro un gazebo dove l’aria di umanità diventava sempre più, come dire, intensa. Ma la serata aveva ancora in serbo delle cose importanti. C’erano i Lightning Bolt. Speravo suonassero per terra, all’altezza del pubblico come fanno di solito, circondati da gente invasata che si lascia trascinare da un live raccontato come uno dei più potenti in circolazione. Non è successo, ma non mi sono lamentato granché. I Lightning Bolt fanno un live impressionante. Il batterista Brian Chippendale suona la batteria come se avesse sei braccia, e contemporaneamente canta con un microfono infilato in bocca, celato sotto una maschera colorata. La voce esce fuori distorta, incomprensibile e disturbante. Mentre Brian Gibson al basso riesce a tirare fuori dei suoni che saturano l’aria e colpiscono alla base dello stomaco. Qualcosa che sta tra hardcore ipercinetico, metal di serie b, noise lancinante. L’effetto generale è un po’ inquietante, anche se l’inquietudine è stata leggermente attenuata dal sole che non era ancora tramontato.

Dopo i Lightning Bolt abbiamo cercato di sentire almeno un po’ del concerto degli Yo la Tengo, una band verso cui provo un affetto enorme. Gli Yo La Tengo che mi cambiarono un po’ la vita, almeno quella musicale, con And Then Nothing Turned Itself Inside Out nel 2001. Però suonavano poco prima dei Jesus Lizard, e i Jesus Lizard sono i Jesus Lizard, e allora non c’era storia. Una intro alla Yo la Tengo con base ritmica ripetitiva e Ira Kaplan libero di andare avanti con le sue svisate di chitarra, con un approccio molto teatrale e rochenròl che non mi sarei aspettato da uno come lui. Poi qualche pezzo più pacato, pausa con foto di gruppo (eh?) e poi Stockholm Syndrome, che ho cantato tutta con nodo alla gola finché non sono dovuto scappare per correre al palco dell’Atp. I Jesus Lizard. Concerto della vita. David Yow è arrivato sul palco con delle birre in mano, le ha poggiate a terra, ha iniziato a guardare il pubblico con sguardo di sfida, sarcastico e beffardo, e si è tolto la camicia, rivelando una pancia imbarazzante che faceva pendant con i capelli ormai radi alle tempie. L’immagine era quella di un uomo di mezza età depravato e decadente. Un guitto sardonico che impersonava perfettamente il suo ruolo e quello che la gente si aspettava da lui – cioè quello che in definitiva è e che non può non essere. La band è praticamente perfetta: precisa, potente, chirurgica. E lui al centro è libero di muoversi, contorcersi, sputare, piegarsi, gridare, gesticolare, gettarsi sul pubblico – e lo ha fatto almeno quattro volte, spinto indietro dalla security e strattonato dal pubblico mentre continuava a cantare, con la gente che lo tirava a sé (per la cronaca, gli ho toccato il didietro: spero mi porti fortuna). Certo, avevo dietro di me un tizio che grondava sudore sul mio collo e mi cantava tutte le canzoni all’orecchio (tutte) cercando di imitare la voce di David Yow. Certo, un altro tizio grosso e sudato alzava le braccia al cielo e rivolgeva l’ascella contro il mio naso. Certo, qualche esagitato era lì soprattutto per strattonarsi con la gente (e certo, notare queste cose non è che sia proprio “rock’n’roll”). Però immaginate cosa significa vedere una band simile, con un impatto simile, quando aver sentito Goat a sedici anni ha cambiato praticamente la mia prospettiva sul rock in generale. (Piccola noticina: vedendo i JL ho pensato, “Capovilla, ma dove vuoi andare?”).

Il concerto dei Jesus Lizard è stato praticamente quello della mazzata. Sfiniti abbiamo provato ad abbozzare qualche danza con The Bug. Era un live che aspettavo con curiosità e interesse ma l’ho retto molto poco, giusto il tempo di tre o quattro pezzi che ho vissuto – ahimè – con sempre maggiore insofferenza e voglia di buttarmi a terra per rifiatare (e poi, vi voglio vedere, a voi, a passare con nonchalance dai Jesus Lizard all’elettronica metropolitana da melting pot londinese tipica di Kevin Martin/ The Bug: mica facile).

È arrivato il turno dei My Bloody Valentine. Non sono mai stati una band da mio empireo del rock, lo ammetto. Grande stima, riconoscimento della loro grandezza, ma sono cresciuto con altre cose. All’inizio il live mi ha un po’ annoiato. La noia era associata anche al fastidio verso alcune persone moleste che sentivano il concerto vicino a me (sono intollerante? Non solo: erano vere rotture di palle). Poi però sono rimasto completamente invischiato dalla potenza del suono della band di Kevin Shield. Ipnotizzato dai pezzi più ripetitivi, saturi – as usual – di feedback e distorsioni, con muri di chitarra compattissimi che foderavano le orecchie che pure erano protette dai tappi prontamente consegnati all’ingresso (“vi serviranno per i My Bloody Valentine”, dicevano). Ho finito il concerto letteralmente entusiasta. Poi sono fuggito per sentire gli Horrors. Ero curioso, mi dicevo: vediamo che fanno, se dal vivo reggono, se sono una montatura o no. Diciamo innanzitutto: sono una band inglese – e questo dice più o meno tutto. Il senso del personaggio, del look, una certa strafottenza, la giovane età e la convinzione di essere al centro del mondo, il pop come concetto generalissimo, un po’ di paraculaggine, ci ho visto più o meno queste cose. Poi. Avrei linciato il bassista con le movenze tutte finalizzate a tenere il ciuffo in un certo modo (madonnasantaddio) mentre il cantante invece si sfanculava con il fonico che evidentemente non assecondava le sue bizze e le sue richieste. Però la band c’ha il tiro. Suona bene, sul palco sta bene, riesce a districarsi tra i pezzi più ruvidi e garage-orientated a quelli del nuovo corso con brani krautmotorici e più suggestivi, meno pestoni. Dai, bravi. Corsettina per sentire Wavves, che aspettavo con impazienza. Ma. Dal vivo non è mica granché. Quando fa i suoi versi – uuuuh uuuuuh uuuh, tipo così – a volte non ce la fa con la voce. I suoi pezzi bandiera – ormai degli inni generazionali, diciamocela tutta – non sempre gli riescono bene. Poi mi sono detto che forse non ho più l’età per riconoscermi in pezzi come “così annoiato”, “nessuna speranza ragazzi”, con quello slackerismo da ventiduenne che mette insieme nichilismo e ironia. Ma le canzoni sono indubbiamente forti. Sono micidiali. Le ho cantate. Le ho ascoltate tanto a casa e nell’iPod. Solo che il ragazzo è uno sbruffoncello. È arrogante ed è evidente che si è montato la testa. Ad un certo punto, nel bel mezzo del concerto, ha preso la chitarra, l’ha mollata lì sul palco e se n’è andato, lasciando tutti più o meno di sasso. Si scoprirà poi che aveva litigato con il batterista, che la cosa è continuata anche dopo e che il giorno successivo hanno annullato il resto della tournée europea, tornandosene mestamente negli Usa. E vabbé.

A questo punto la mia esperienza al Primavera Sound 2009 è praticamente finita. Sono stato lì solo un giorno e non ho voglia di pensare di nuovo alle band che ho perso gli altri giorni. Data la stanchezza per quella sola giornata dubito che mi sarei goduto molti concerti in seguito. Per dire, quella notte alle quattro ha iniziato a suonare Squarepusher. Alle quattro. E si è messo pure a fare cose complicatissime. Indubbiamente fighe, lo ammetto, ma mettersi a fare drum’n’bass suonata, con batterista virtuosissimo, alle quattro e mezzo del mattino, mi sembrava quasi oltraggioso. Bravo eh, però avevo sonno e volevo solo prendere la metropolitana e ricoverarmi a letto. E così fu.

Ma del viaggio andrebbero ricordate altre cose. Gli inconvenienti. Le cose buffe. Come pensare di arrivare Montjuik a piedi (per giunta alle due del pomeriggio). Come cercare una ricarica Vodafone per due ore sballottato tra un centro commerciale e l’altro, fino a quando non ho trovato un centro ufficiale dove ho fatto una fila di 40 minuti (dato che una ragazza si è fatta spiegare la storia della telefonia mobile dalle origini ai giorni nostri e il commesso ci stava pure provando con lei), nel timore – irrazionale – di non riuscire più a tornare a Cagliari… E poi le cose belle, come il quartiere gotico alle cinque del mattino. E la dieta delle patate, i panini schifosi, le colazioni costose, le falcate velocissime in giro per la città, i negozi di abbigliamento in cui ho lasciato il cuore. E il tipo che ha cercato di derubarmi e il signore che si è messo a cantare flamenco alle cinque e gli ubriachi molesti ma sostanzialmente innocui. E l’arrivo in ostello con lo shock dell’odore della camerata. E il giro per i locali dell’ultima notte. E la canottiera verde. E le foto scomparse e miracolosamente riapparse. E le persone con cui ho condiviso i giorni lì. E i pakistani che cercavano di venderti la Estrella Damm in lattina ovunque tu fossi (“sexy beer”, già!). E altre cose che però ora non sto qui a raccontarvi.

3 Risposte to “Primavera Sound e Barcellona: qualcosa tipo un report”

  1. tostoini Says:

    Dovresti scrivere più spesso di esseri umani – come stavolta.🙂

  2. corrado zedda Says:

    Barcellona, la mia città adottiva, per tutti gli anni che ci ho vissuto… Felice che ti sia piaciuta, ma sei andato a visitare la “strada dei dischi” (Carrer Tallers)? Ci trovi di tutto ma proprio di tutto e i prezzi sono molto più bassi che da noi.
    Comunque ha ragione Tostoini: quando parli di vita vissuta, reportage, persone e situazioni scrivi molto meglio, nel senso di più spontaneo, meno impstato; il tuo racconto mi è proprio piaciuto, Ciao!

  3. davide Says:

    il 29maggio 2010 ci sono gli orbital, e da quando sono ritornati insieme è d’obbligo andarli a vedere.è il mio gruppo preferito da sempre.
    ho letto sul sito del primavera che il ticket giornaliero viene 70 euro, ma visto che io ero interessato esclusivamente agli orbital esistono alternative!?

    gracias a todos

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