Intervista a Le luci della centrale elettrica

leluciQualche giorno fa ne Il Sardegna sassarese è uscita una mia intervista a Vasco Brondi/Le luci della centrale elettrica, che ha suonato in concerto a Sassari nell’ambito del Festival Abbabula, alle 19:30 in piazza Santa Caterina. Il pezzo riporta solo una piccolissima parte delle cose che sono emerse durante la chiacchierata. La pubblico qui più o meno per intero.
In un certo senso Canzoni da spiaggia deturpata è un disco difficilmente replicabile. Per l’intensità emotiva, per l’urgenza, anche per la sua “forma”. Come ti sei posto il problema di affrontare il secondo disco?
Non me lo sono ancora posto, perché non ho mai smesso di scrivere nonostante nell’ultimo anno abbia suonato in continuazione. In realtà non so nemmeno quando uscirà, forse l’anno prossimo, oppure no. È il lato positivo di non avere vincoli. Ho preferito rimanere autonomo, quindi non ho una scadenza e farò uscire il disco quando sentirò di doverlo far uscire. So di avere i fucili puntati contro il prossimo album. Diranno di sicuro che il primo disco era più urgente, si chiederanno se era una cosa sincera o no. La metà delle recensioni che usciranno potremmo scriverle già ora. Ma io cerco di pormi con sincerità, con la gabbia toracica aperta. Per me sarà sempre un guardarsi dentro e un guardarsi attorno. Parlare della realtà in modi che sono possibili.
Hai detto che hai preferito rimanere autonomo. Hai rifiutato offerte dalle major?
Sono arrivate proposte da tutte le major. C’è stata così tanta attenzione perché ormai le case discografiche sono alla carretta. A loro interessa qualcosa che vada da sola, che faccia catalogo e magari venda. Ma oltre questo non hanno altro interesse, certo non il contenuto. A dirla tutta ormai le major non potrebbero nemmeno più entrare nel merito del tuo lavoro perché a loro consegneresti direttamente il master, cioè il disco che hai già deciso tu. Al di là delle questioni etiche – che pure sono importanti – dal punta di vista puramente commerciale credo sia più utile rimanere in una dimensione come quella de La tempesta. Diecimila copie nell’ambiente indipendente sono un miracolo. Certo, magari con più promozione sarebbe andata ancora meglio. Ma ormai tutti gli schemi stanno saltando e bisogna capire che non servono più questi grandi mammiferi per far uscire qualcosa e per farla circolare. Mi piace pensare che in un momento come questo, fatto quasi esclusivamente di nicchie, anche il mainstream sia solo una nicchia un po’ più grande.
In questo periodo si parla di una scena musicale italiana che sta producendo dischi e artisti di grande qualità. Gli Afterhours hanno messo in piedi l’operazione Il paese è reale per dare visibilità ad alcuni di questi artisti e Xl ci ha fatto una copertina del suo giornale, dove c’eri anche tu. Che idea ti sei fatto della situazione?
Operazioni come quella degli After possono tornare utili, come tutto quello che consente di far uscire da un micro mondo come quello della musica indipendente. È un mondo autoreferenziale che quasi gode nel rimanere “micro”. Un ambiente davvero suicida. Una volta che esci da lì sei snobbato automaticamente, perché non fai più parte di quella elite “alternativa”. Ma in generale il discorso non mi interessa. Non ha molto senso far coincidere la musica di qualità con la musica indipendente. Il disco di Jovanotti è più interessante di molta della musica indipendente uscita quest’anno. Quello che conta è la forza con cui si arriva alle persone. Il modo in cui riesci a influenzare le loro giornate, le loro vite con quello che proponi tu.
A questo proposito, come vivi il fatto che delle tue parole si siano impossessati migliaia di ragazzi, che le cantano, se ne servono all’interno delle loro vite? Deve essere una bella soddisfazione.
Non riesco a capire quanto e dove siano arrivate le mie cose. E poi non riesco a parlare più di tanto di soddisfazione mia. Forse ero più soddisfatto quando ho iniziato dal niente e ai primi concerti venivano dieci, dodici persone in più ogni volta. La mia è un altro tipo di guerra personale. Quello che mi interessa è un discorso fra me e me: riuscire a fare quello che voglio fare. Ho fatto delle canzoni che sono venute fuori in camera mia. Sono state create quando lavoravo al bar e non avevo fatto ancora neanche un concerto. Adesso è strano vedere la gente che canta quelle canzoni, ma non sono riuscito a razionalizzare bene la situazione. Poi ho capito che non è vero tutto quello che si sente negli ambienti mainstream, secondo cui ci vogliono i ritornelli o che non si possono trattare certi argomenti. Che bisogna essere un po’ frivoli, arrivare alle masse, sottostare a certi parametri. Ai miei concerti vengono 600 persone che ascoltano temi a tratti pesantissimi. Ho fatto tutte le cose antimarketing che potevo fare. Nelle mie canzoni ci sono tutti i temi peggiori che potessi trattare. Non c’è nemmeno la batteria, e non si può muovere la testa e ballare. Le persone non sono stupide. È consolatorio dire che le masse sono stupide, che c’è solo ignoranza e c’è solo sconforto. Quando una cosa vale riesce ad arrivare alla gente. Gomorra è arrivato. Sorrentino è arrivato.
Dall’uscita del demo sono cambiate molte cose. La tua dimensione si è molto ampliata. Riesci a vederti impegnato in una “carriera” in ambito musicale?
In realtà vorrei occuparmi di altro. Non voglio solo stare in giro a suonare e a fare concerti. Certo, con la musica puoi arrivare alle persone in modo molto efficace, però non mi interessa fare solo il musicista – cosa che del resto non sono. A fine ottobre uscirà il mio libro per Baldini e Castoldi. Questo inverno vorrei fare qualcos’altro, ad esempio con Wu Ming, con Marco Philopat. Nella letteratura trovo molti più contenuti di quanti non ce ne siano nella musica. Adesso che i Pgr hanno pubblicato l’ultimo disco difficilmente troveremo qualcun altro che scriva cose come le loro. Nella letteratura invece ci sono i Genna, i Moresco. C’è una forza e un’attenzione che nella musica non c’è. Non trovo cose che mi interessano visceralmente. Ci sono canzoni che mi interessano per tre quarti d’ora. Nella letteratura trovo un altro tipo di approccio, più cattivo e più forte.
Il libro è la ristampa de Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero?
Esatto. La prima tiratura è uscita autoprodotta, ci ho rimesso le mani, l’ho ampliata e aggiornata sulle ultime cose che sono successe e mi sono successe. È un oggetto non identificato, non saprei bene come chiamarlo. Mi piace l’idea di fare reading, leggendo anche cose non mie. Ma non solo negli ambienti letterari. Anche nei club, in ambiti dove la letteratura non arriva. Solo il termine letteratura fa sbuffare, però voglio far capire che può essere una cosa importante.
Forse più delle tue influenze musicali a questo punto sarebbe interessante parlare delle tue letture.
Ci sono moltissime cose che mi piacciono. Ad esempio Gianni Celati e Natalia Ginzburg, ma non credo che si sentano nelle cose che faccio io. Magari si sentono nella mia vita, che non si esaurisce affatto con Le luci. Certo Tondelli e Pazienza, Moresco Wu Ming Genna Philopat, e poi tutto quello che esce per Deriveapprodi, una casa editrice che sta facendo un lavoro pazzesco che può ricordare quello che faceva la Einaudi degli anni 40. Per la musica citerei Massimo Volume, Fausto Rossi e ovviamente i Cccp.
Citi Pazienza, gli hai anche dedicato il disco. In effetti attingi molto dal suo immaginario. Posso sapere qual è stata la tua chiave d’accesso all’universo pazienzesco, la scintilla del tuo amore per lui?
Il mio primo incontro è stato con Penthotal. Mi è rimasto dentro in modo fortissimo. Con quei salti di stile, con quelle parole affondate in disegni che passavano dal disneyano a uno stile più estremo. Forse quello che mi ha dato di più è stato la poesia della realtà che non si prende neanche sul serio. La vitalità feroce ed estrema. Quell’essere sostanzialmente allegro e disperato insieme. Molte sensazioni contrastanti. E poi opere come Penthotal, Pompeo, sono anche documenti storici. Opere d’arte come quelle riescono meglio di qualsiasi analisi storica su quegli anni.
Prima hai parlato di “temi pesantissimi”. In effetti sotto una certa prospettiva si può parlare anche di temi politici. Senza recitare slogan ma parlando della realtà che viviamo. Il disco si chiude ad esempio in un modo che colpisce molto. Con l’invocazione, ripetuta più volte, a “chi muore al lavoro”…
Per puro caso abbiamo lanciato il disco il primo maggio… Secondo me Canzoni da spiaggia deturpata è un album fortemente politico, anche se non ha nessuna bandiera da sbandierare. Ci sono dentro le persone, le loro prospettive, i loro rapporti. Questo è quello di cui si può parlare. Se qualcosa è detta con sincerità arriva in modo molto più incisivo, piuttosto magari che parlare con le persone che la pensano come te come si rischia di fare sventolando le bandiere. Per me si tratta di mettere l’umano, le emozioni davanti a tutto.

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